USCIRE DA HORMUZ
di Enrico Tomaselli
Mentre la situazione del conflitto nel Golfo Persico sembra fluttuare in un limbo di incertezza, vorrei provare a fare un esercizio pericoloso, ovvero cercare di riassumere la situazione globale per ipotizzare come possa evolvere. Il pericolo, ovviamente, sta nella difficoltà di applicare un processo deduttivo razionale, ad un quadro in cui gli elementi non razionali sono purtroppo numerosi. Quindi ogni mia successiva ipotesi deve essere considerata come probabilisticamente incerta.
Dal punto di vista iraniano, la questione è in realtà molto semplice. La leadership di Teheran considera non solo di aver inflitto al nemico danni strategici ben superiori a quelli subiti, ma di essere in una posizione negoziale di assoluta forza. Quando Qalibaf dice che l’Iran afferma la sua posizione con i missili, e che la spiega col negoziato, non sta semplicemente offrendo una versione persiana dello slogan americano sulla “pace attraverso la forza”, ma sta esplicitando il fatto che la Repubblica Islamica è pronta a tornare alla guerra cinetica assai più di quanto non lo siano gli Stati Uniti. Inoltre, gli iraniani sono consapevoli di avere dalla propria altre due importanti leve. Innanzitutto, le conseguenze della crisi energetica (e non solo) derivante dal blocco dello Stretto di Hormuz, mordono soprattutto le economie dei paesi amici degli USA, ed in qualche misura degli USA stessi.
In una straordinaria dichiarazione congiunta, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il FMI, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno lanciato un allarme circa l’imminenza della crisi globale. L’altro importante atout iraniano risiede nel fatto che i paesi mediatori nel negoziato, sia quelli di prima linea come il Pakistan ed il Qatar, sia quelli che stanno sullo sfondo, cioè la Cina e la Russia, sono tutti suoi amici. Di fatto, non solo l’Iran ha dei considerevoli vantaggi acquisiti durante la fase attiva del conflitto, ma in un certo senso, e non solo geograficamente, si può dire che gioca in casa.
Molto diversa è la situazione in casa americana. La leadership statunitense deve affrontare infatti alcuni enormi problemi oggettivi, ed uno – non meno ingombrante – soggettivo. Innanzitutto, appunto, la crisi di approvvigionamento, non solo energetico, comincia a manifestarsi in modo sempre più significativo, sia nel Sud Est Asiatico che in Europa e nelle Americhe – la recente rivolta indigena in Bolivia è in parte connessa a ciò. E ovviamente, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il mondo intero è consapevole che dietro tutto questo c’è una precisa responsabilità statunitense. E questo è particolarmente vero, ed importante, proprio nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, storicamente legati a Washington, ma che già hanno dovuto riconsiderare profondamente questo rapporto per le conseguenze materiali ed economiche del conflitto – cosa che rischia di minare le basi della presenza strategica statunitense nell’Asia Occidentale.
Anche se l’amministrazione Trump ha cercato, un po’ per via mediatica, un po’ attraverso discrete pressioni sui mercati, e molto attraverso il rilascio di parti significative delle Strategic Petroleum Reserve, di contenere l’esplosione dei prezzi, questa si sta avvicinando molto rapidamente. Secondo il Vice Presidente Senior di Exxon, Neil Chapman, entro due, massimo tre settimane, le scorte raggiungeranno un livello tale da determinare un’impennata intorno 150-160 dollari al barile. Cosa che si rifletterà anche sui consumatori americani.
Anche in Europa la situazione, già pesantemente compromessa dalla rinuncia al gas russo, comincia ad accusare i contraccolpi della messa fuori gioco del terminale qatariota di Ras Laffan. La crisi dello stoccaggio del gas ha raggiunto un punto critico, con solo il 35-37% della capacità riempita; prima del picco della stagione di iniezione, l’UE deve stoccare 145 miliardi di metri cubi nei prossimi 6 mesi, per raggiungere anche un obiettivo flessibile dell’80-90% a novembre.
Inoltre, e non secondariamente, la consapevolezza della sconfitta strategica subita comincia ad affermarsi sempre più nei circoli politici statunitensi, e non ci vorrà quindi molto prima che arrivi ai grandi media di massa, minando qualsiasi possibilità di far passare un qualche accordo per una vittoria.
Più il tempo passa, più questi fattori diventeranno urgenti ed ineludibili, e quindi si restringeranno i margini di manovra per risolvere il problema soggettivo, ovvero la volontà di affermare in qualche modo il successo della campagna militare, pur a fronte del suo effettivo fallimento. In pratica, rinviare una decisione per il timore dei suoi effetti politici, rischia di produrre come unico risultato il restringimento della finestra di opportunità, e quindi di dover poi – obtorto collo – accedere ad una soluzione persino peggiore.
La mia ipotesi, pertanto, è che la Casa Bianca cercherà di costruire una narrazione vittoriosa, ponendo in primo piano il suo senso di responsabilità nei confronti del mondo, che la costringe a non coglierne appieno i dovuti frutti, ma sostanzialmente accettando le condizioni poste da Teheran. La fase successiva, quella che dovrebbe portare ad un accordo completo e definitivo, verrà dilazionata in modo tale da superare le elezioni di midterm, il cui esito ne condizionerà in un modo o nell’altro la conclusione. È possibile che per allora anche le elezioni in Israele portino ad un cambio di governo, rendendo più semplice il coordinamento tra Washington e Tel Aviv. Ovviamente tutto ciò richiede che, da qui a novembre, Trump riesca a tenere a freno Netanyahu, cosa possibile sul breve termine, ma assai più complicata da qui all’inverno, anche perché è proprio sulla guerra che il premier israeliano conta, sia per tenere a bada i procedimenti giudiziari, sia per compattare il paese intorno alla sua maggioranza politica. Questo è però l’aspetto più fragile di tutta l’architettura negoziale.
Ovviamente, in termini generali, l’Iran può sempre dire agli Stati Uniti che, se non sono in grado di controllare Israele, non possono neanche trattare in suo nome, pertanto tutta la questione per quanto riguarda il Libano (e la Palestina) resta fuori dell’accordo, e Washington resta fuori dal conflitto tra Tel Aviv e l’Asse della Resistenza. Ma, anche ammesso che Trump potesse accettare politicamente una cosa del genere, difficilmente sarebbe in grado di mantenerla, soprattutto se poi Israele dovesse trovarsi in seria difficoltà – com’è probabile.
Tutto questo porta a pensare che la strategia americana possa essere, appunto, focalizzata sul superare il punto di svolta delle elezioni, per poi eventualmente riaprire la partita. In ogni caso, per Trump non ci sarà un terzo mandato, e quindi – soprattutto se riesce a non registrare una clamorosa sconfitta elettorale, che capovolga i rapporti di forza all’interno del Congresso – potrebbe benissimo essere tentato dall’idea di rimettere mano al dossier iraniano, tanto più se ancora non c’è stato un accordo complessivo e ratificato dall’ONU. Alla bisogna, potrebbe appunto essere Israele a fornire il pretesto per un nuovo intervento.
Oltretutto, uno stato di conflittualità latente, che in qualche modo giustifichi il permanere di una forza militare statunitense nella regione, risponderebbe anche ad una esigenza pratica. La distruzione pressoché completa delle basi americane intorno al Golfo Persico, soprattutto per quanto riguarda la rete dei sistemi radar e di intercettazione, rende infatti necessario mantenere un dispiegamento operativo che sopperisca a questa cecità del dispositivo militare statunitense.
Naturalmente, le forze armate USA da qui a sei mesi, o anche un anno, non saranno in grado di replicare una operazione contro l’Iran – a meno che, cosa pressoché impossibile, non considerino l’ipotesi di un attacco nucleare. Nel caso quindi di una ripresa del conflitto cinetico, molto probabilmente questo si concentrerà sul Libano, cercando di liquidare una volta per sempre Hezbollah, o quanto meno di scatenare nel paese una nuova guerra civile che lo tenga impegnato, e possibilmente che porti ad una frammentazione dello stato libanese. Del resto, seppure Trump riesca a convincere Netanyahu a fermare realmente il conflitto contro Beirut – o quantomeno di tenerlo ad un livello di bassa intensità – molto difficilmente si arriverà ad un ritiro dell’IDF sulla linea blu, e quindi quel fronte può tutt’al più essere momentaneamente congelato, ma è comunque destinato a riaccendersi.
Riassumendo quindi, la mia ipotesi è che si arriverà ad un memorandum d’intesa entro la fine di giugno, o i primI di luglio, che i successivi negoziati si trascineranno sino a novembre almeno, e che l’esito delle elezioni di midterm sarà uno dei fattori che determineranno i successivi sviluppi nelle trattative. La variabile israeliana rimane il fattore di maggior rischio, e lascerà una quantità di problemi irrisolti. E – ovviamente – tutto ciò a meno che non sorgano elementi al momento imprevedibili, a cominciare da quanto accade sull’altro fronte, quello ucraino.



