PRIGIONIERI DI PATTON
di Enrico Tomaselli
Le guerre sono un processo evolutivo. Non solo perché, quasi sempre, è nel corso di un conflitto che la ricerca di soluzioni tecnologiche subisce una accelerazione, e questo soluzioni poi si riverberano nella normale vita civile, ma proprio in sé: la guerra, come fenomenologia, si evolve, sia nel corso della storia - com’è ovvio - sia nel corso di una specifica guerra. Un esempio perfetto è il conflitto in Ucraina, iniziato in determinato modo - con caratteristiche operative e tattiche di un certo tipo - e poi successivamente evolutosi, con progressivi cambiamenti tecnologici che si sono riflessi sulle modalità stesse del combattimento. Questa evoluzione è particolarmente marcata, nella guerra russo-ucraina, ed evidenzia - tra le altre cose - quanto sia rilevante la capacità di adattamento all’innovazione, che si applica non solo sul piano tattico, ma investe l’intera infrastruttura materiale e dottrinaria del combattimento. Quindi velocità nel recepire il valore dell’innovazione, nell’implementarla e svilupparla ulteriormente (ricerca e produzione industriale), nell’adattare l’organizzazione militare e le modalità di combattimento, etc.
Nel caso della guerra ucraina, il fattore evolutivo fondamentale è stato l’utilizzo dei droni, ed in particolare dei cosiddetti FPV (First Person View), cioè piccoli apparecchi guidati direttamente da un operatore che lo pilota da remoto, e che hanno un impatto radicale rispetto al movimento offensivo, rendendo estremamente difficile la concentrazione di forze necessaria. Da questo punto di vista, anche se la Russia ha saputo adattarsi al cambiamento, ed ha fatto poi prevalere la sua soverchiante capacità produttiva e di sviluppo, indubbiamente oggi le forze armate ucraine sono tra le più capaci nella conduzione di questo tipo di guerra.
Ugualmente, il conflitto tra Iran e Stati Uniti ha messo in evidenza la rilevanza del settore missilistico.
Ma quello che interessa sottolineare qui è come le forze armate degli Stati Uniti, che pure hanno goduto per decenni di una capacità tecnologica di tutto rilievo, siano rimaste in realtà prigioniere dell’epopea della seconda guerra mondiale. Nella sostanza, infatti, al netto di taluni aggiornamenti tecnologici, e di necessarie evoluzioni operative, il modello di combattimento delle forze armate statunitensi è sostanzialmente quello del Generale Patton. E non a caso, quando sono state costrette a combattere guerre in cui l’avversario adottava un modello radicalmente diverso (Vietnam, Afghanistan), non sono state in grado di conseguire alcun vero successo.
Quel modello, basato sulla fanteria corazzata con la copertura dell’aviazione, la cui sola evoluzione significativa è stata l’Air Land Battle degli anni settanta (e che infatti non apportava alcuna modifica radicale al modello WWII), è rimasto sostanzialmente lo stesso sino ad oggi.
Non è affatto per caso che il conflitto in Ucraina, sinché sono stati i comandi NATO ad impostare le linee operative per le forze di Kiev, abbia visto succedersi solo fallimenti. La controffensiva ucraina dell’estate 2023, in direzione di Melitopol e Berdyansk, ne è un esempio da manuale. Concepita appunto come previsto dalle classiche dottrine NATO, ed infatti preparata dall’invio massiccio di carri armati Leopard e Bradley, si è rapidamente infranta contro la linea difensiva predisposta dal Generale Surovikin. Tra l’altro, in quella occasione gli ucraini furono spinti ad attaccare pur mancando del tutto un elemento fondamentale della dottrina NATO, ovvero il supporto aereo.
Ciò che vediamo anche nel conflitto contro l’Iran, è la pedissequa riproposizione del medesimo schema. A fronte dell’incapacità di ottenere un risultato strategico attraverso l’uso esclusivo dell’aviazione, e posti dinanzi alla necessità di mettere in campo un’azione capace di sbloccare lo stallo, la risposta è lo sbarco dei marines. Pura seconda guerra mondiale. D’altro canto, è evidente che si tratta di una scelta obbligata, perché la struttura delle forze armate statunitensi semplicemente non consente altre opzioni. Non sul piano dottrinario, non sul piano della struttura operativa, non su quello dei sistemi d’arma. Gli Stati Uniti sono arrivati a questo conflitto con una arretratezza strutturale incredibile. Cominciano adesso a copiare gli Shahed iraniani, che hanno mostrato la loro efficacia in Ucraina già tre anni fa. Sono ancora sostanzialmente alla fase di test per quanto riguarda i missili ipersonici, che russi e iraniani usano da anni.
Da questo punto di vista, si può affermare che in questo conflitto la hybris statunitense si è manifestata all’ennesima potenza. Non solo, infatti, Washington è entrata nel conflitto senza assolutamente tener conto dei mutamenti radicali avvenuti nella natura dei conflitti - nonostante la lezione ucraina, e quella della guerra del giugno scorso sempre contro Teheran - ma addirittura con una insufficiente scorta di munizionamento, soprattutto (ma non solo) difensivo, nella assoluta convinzione di vincere la guerra in poco tempo, e per di più senza aver previsto alcun piano B.
Ed è estremamente significativo che questo gap si manifesti nel momento in cui il declino statunitense come potenza globale si appalesa in modo così marcato, poiché tra le due cose c’è un nesso evidente. Il declino, infatti, non è soltanto una questione materiale ed oggettiva, legata all’emergere di potenze competitrici, ma è anche un problema di qualità delle élite - politiche, militari, strategiche. Di fatto, gli Stati Uniti si trovano oggi in una condizione in cui le forze armate diventano (anche per scelta) il principale, se non l’unico, strumento per difendere/riaffermare il ruolo egemonico, ma al tempo stesso queste si rivelano essere profondamente inadeguate al compito che ci si aspetta debbano svolgere.
Paradigmatico, sotto questo profilo, appare il ruolo delle portaerei, da sempre considerate lo strumento di punta per la proiezione di potenza statunitense. La USS Dwight D. Eisenhower contro gli yemeniti prima, la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald Ford ora contro l’Iran, hanno rivelato tutta l’obsolescenza di un modello, in cui ciò che ieri rappresentava l’apice della potenza si è oggi rovesciato nell’apice della debolezza.
Naturalmente questo non significa che le forze armate statunitensi siano deboli. Sono ovviamente ancora una formidabile macchina da guerra. Ma sono, appunto, una potenza obsoleta. E, per quel che è dato vedere, l’ostacolo principale che si frappone sulla strada che la potrebbe riportare ad un elevato livello competitivo, è proprio concettuale. Gli Stati Uniti, infatti, più che a ripensare globalmente l’intero modello, sembrano impegnati ad inseguire alcune innovazioni tecnologiche emerse negli ultimi anni. Per quanto, presumibilmente, ritengano di non avere tempo a sufficienza per una vera e propria rivoluzione militare, e quindi siano spinti a ripiegare sullo sfruttare al massimo ciò che hanno (sia in termini di struttura, sia in termini di ricerca e sviluppo, sia in termini di produzione, sia in termini di dottrina d’impiego operativo...), questa appare una scelta perdente. Il conflitto in corso nel Golfo Persico è, da questo punto di vista, emblematico. Se una media potenza come l’Iran è in grado di tenere a bada le forze armate statunitensi, se con le sue forze è in grado di mantenere l’iniziativa strategica, un eventuale confronto diretto - da qui a qualche anno - con una grande potenza come la Russia o la Cina risulterebbe perso in partenza.
Ma, apparentemente, la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità supera ogni verifica negativa, quindi a Mosca e Pechino possono dormire sonni relativamente tranquilli.




Una potenza media sotto sanzioni da quasi 50anni e la seconda riserva mondiale di petrolio e gas.
Che è stata capace di costruire intere città sotto metri di roccia per proteggersi e produrre mezzi di attacco.
Militarmente non sono all'altezza degli american-sion
Ma la guerra asimmetrica e il prezzo del petrolio è a loro favore.
Si prenderanno con la forza cio che gli spetta al tavolo dei grandi giocatori.