IL REBUS LIBANESE
di Enrico Tomaselli
Per capire se e come sarà possibile trovare una soluzione al puzzle dell’Asia Occidentale, bisogna prima cercare di capire quali sono le prospettive in base alle quali si muovono i vari attori sulla scena.
Ovviamente è necessario partire dal più ingombrante, ed anche più estraneo, ovvero gli Stati Uniti. Per i quali la presenza nella regione, è legata alla duplice esigenza di esercitare il controllo sui flussi energetici e, conseguentemente, mantenerli vincolati al dollaro - che è la chiave di volta per mantenere in vita la valuta statunitense. Da questo punto di vista, mantenere e garantire la presenza di Israele è stato a sua volta il perno di questa architettura strategica, che ha giustificato sia i costi economici che quelli politici necessari. Ma l’azione americana, ovviamente, non si è mai limitata a questo, agendo anche - per un verso - inglobando nel sistema dollarocentrico le petromonarchie del Golfo e - per un altro - seminando caos e destabilizzazione, sia attraverso le guerre che le primavere arabe. Inquadrata in questa prospettiva, la guerra all’Iran appare chiaramente per quel che realmente è: non una trappola in cui l’ingenua America è stata tratta dall’infido alleato israeliano, ma un progetto di lunga durata, con profonde motivazioni strategiche. E ciò, ovviamente, a prescindere dal fatto che, nello specifico, Netanyahu abbia giocato un ruolo nel convincere Trump che si poteva fare, nonostante le premesse non si fossero realizzate.
Washington ha sempre cercato di abbattere la Repubblica Islamica, alla quale oltretutto non può perdonare l’aver rovesciato il governo vassallo dello Scià, e lo smacco dell’ambasciata USA a Teheran, nel 1979. E ci ha concretamente provato lanciandogli contro l’Iraq di Saddam Hussein (8 anni di guerra...), quando questi era ancora sostanzialmente una pedina manovrabile. Ma, in tempi più recenti, erano sorte altre più cogenti motivazioni, per cercare di rovesciarla. Innanzi tutto, l’inserimento organico dell’Iran in un asse euroasiatico con la Russia e la Cina - gli avversari strategici degli USA - ed il ruolo che, in questo ambito, andava assumendo come snodo della Nuova Via della Seta - la Belt and Road Initiative. Poi per la crescente influenza che Teheran stava assumendo nella regione, di fatto circondando Israele con una rete di alleanze - l’Asse della Resistenza - comprendente la Siria, il Libano, l’Iraq, lo Yemen e la Palestina; rete che Washington sperava di aver sgominato, eliminandone l’architetto, il generale Soleimani. Ma, a renderne sempre più urgente la liquidazione, è stata la consapevolezza di una crescente capacità militare, di cui lo scontro con gli yemeniti sul finire della missione Operation Prosperity Guardian (conclusosi nel maggio 2025 con un accordo di cessate il fuoco ed il ritiro delle forze navali USA), e la guerra dei 12 giorni con Israele, il mese successivo, conclusa con l’attacco telefonato ai siti nucleari sotterranei da parte dell’U.S. Air Force, dopo il disperato appello di Tel Aviv per un cessate il fuoco.
In questo quadro, si comprende come la decisione di dare una spallata al regime iraniano, sia il frutto di una scelta strategica americana, per quanto in questo coincidente con una stringente aspettativa israeliana. Anche se Washington non disdegna di nascondersi dietro l’alleato, la scelta di attaccare l’Iran è stata totalmente frutto di calcoli strategici statunitensi. Il punto è semmai che, per questa operazione, gli Stati Uniti si sono affidati quasi esclusivamente alle valutazioni del Mossad - che poi si sono rivelate del tutto sbagliate - e, quando il quadro inizialmente immaginato ha cominciato a non concretizzarsi, Trump si è comunque fatto convincere dall’insistenza di Netanyahu e, ancora, dell’allora capo del Mossad, Barnea.
Al tempo stesso, scaricare tutte le colpe sugli israeliani sarebbe inesatto, perché ovviamente le cognizioni militari del Presidente sono limitate, ed una valutazione realistica delle possibilità operative gli deve essere fornita. Perché poi questo è uno dei nodi più importanti di tutta la faccenda, non c’è stata solo una incredibile sottovalutazione del nemico - cosa già di per sé esiziale - ma anche un’altrettanto incredibile sopravvalutazione delle proprie forze, al punto tale da non aver nemmeno concepito un piano operativo alternativo, in caso qualcosa andasse diversamente dal previsto. Da questo punto di vista, in effetti, il conflitto non ha evidenziato soltanto i limiti dell’intelligence occidentale e della sua capacità operativa, ma anche una straordinaria limitatezza nella pianificazione strategica, e tutto questo indica l’ampiezza del gap che affligge lo strumento militare della potenza guida dell’occidente
.Osservata da Tel Aviv, la questione ha ovviamente tutt’altro aspetto. Tutto ciò che per gli Stati Uniti rappresenta un problema strategico, per Israele è un problema esistenziale. La leadership israeliana è sempre stata assolutamente consapevole della propria estraneità alla regione, benché ovviamente non si discosti da rivendicazioni pseudo-storiche per giustificare il proprio insediamento coloniale. Tra l’altro, se gli USA sono la garanzia massima, sia sotto il profilo economico e militare, l’Europa è il riferimento culturale imprescindibile. Israele nasce sostanzialmente come colonia europea, in un modo molto simile a quello con cui nacquero le colonie americane. Simbolicamente, la Exodus che cercava di portare 4.500 ebrei in Palestina, nel 1947, è assai simile al MayFlower, che sbarcò in America i padri pellegrini nel 1620. La stragrande maggioranza degli ebrei che andarono a fondare Israele erano di origine europea, e questo legame rimane (Israele continua a far parte di eventi artistici e sportivi europei). In effetti, ciò testimonia come non abbiano mai voluto integrarsi nella regione, e come quindi, conseguentemente, si siano sempre posti in una prospettiva di dominio. E, data la condizione strutturale di inferiorità - demografica, geografica, economica, e di fatto anche militare - l’unico modo per dominare è sempre stato quello di una deterrenza spietata e la divisione e destabilizzazione dei nemici - ovvero, dal punto di vista israeliano, tutti i paesi della regione.
In questo senso, l’affermazione della Repubblica Islamica nel 1979, e poi la creazione dell’Asse della Resistenza, hanno significato per Israele il sorgere di una minaccia assai più grande di qualsiasi altra, e quindi la necessità di eliminarla. Cosa a cui si è lungamente dedicata, sia cercando di schiacciarne singolarmente gli alleati regionali, sia cercando di smantellarne le capacità nucleari attraverso sabotaggi ed eliminazione di scienziati. Tutto questo, tra l’altro, evidenzia i limiti dell’intelligence israeliana, non solo e non tanto nella capacità di raccogliere informazioni ed utilizzarle, quanto - letteralmente - nel comprendere il nemico. Fondamentalmente, infatti, Israele ha sempre guardato all’Iran come alla Siria di Assad o all’Iraq di Saddam, casomai su una scala più grande di pericolosità. Ma - come poi si è rivelato negli ultimi due anni, quando si è progressivamente arrivati agli scontri diretti - ha clamorosamente fallito nel comprendere almeno due questioni essenziali, Innanzitutto, la natura e l’importanza dello sciismo nella costruzione politico-militare iraniana, laddove la mistica del martirio neutralizza totalmente la logica della decapitazione, che si tratti di scienziati nucleari o di comandanti militari. Ma, cosa forse ancor più importante, l’essersi focalizzati ossessivamente sulla questione nucleare, senza capire le profonde ragioni religiose che interdivano all’Iran sciita di dotarsi di un’arma del genere, ha finito col non far comprendere che - invece - Teheran stava puntando ad assicurarsi un vantaggio strategico asimmetrico, sviluppando una capacità nel campo dei droni e dei missili. Cosa su cui poi, nel giugno 2025, Israele ha sbattuto bruscamente il muso.
Proprio la guerra dei 12 giorni ha rappresentato il punto di svolta. Israele ha attaccato da sola l’Iran, nella convinzione di poter mettere in ginocchio il regime attraverso lo schema ormai classico del potere militare occidentale: grande concentrazione di fuoco, sistematicamente protratta per un tempo necessario a spezzare la resistenza nemica - tempo che però si valuta sempre abbastanza breve per poter sostenere l’offensiva. Ma, diversamente dal previsto, non solo l’Iran ha resistito, ma ha reagito in modo e misura tale che, già dopo 7-8 giorni, Tel Aviv ha dovuto chiedere urgentemente aiuto a Washington affinché ottenesse un cessate il fuoco. L’esito di quel conflitto ha consolidato la convinzione israeliana che la Repubblica Islamica fosse una minaccia esistenziale, la cui neutralizzazione e/o eliminazione è divenuta fondamentale; ma soprattutto ha reso evidente che questo obiettivo era conseguibile solo con l’entrata in campo diretta da parte degli Stati Uniti. Nella sua essenza, pertanto, già quella guerra ha reso evidente - sia Tel Aviv che a Washington - che la partita egemonica statunitense in Asia Occidentale non era più delegabile ad Israele, ma che richiedeva nuovamente l’impegno in prima linea degli USA.
Ma se la guerra contro l’Iraq, per quanto fallimentare sotto innumerevoli punti di vista, era comunque servita a mettere sostanzialmente le mani sul petrolio iracheno (la cui vendita tuttora passa per le banche statunitensi), ed alla creazione di una enclave curda, utilizzata come base avanzata nel mondo arabo sia dalla CIA che dal Mossad, ciò era stato possibile proprio perché Saddam appariva - e sostanzialmente era - internazionalmente isolato, e la potenza statunitense era ancora ben lontana dai livelli di declino attuali.
Alla vigilia di quest’ultimo conflitto - che, alla luce delle recenti dichiarazioni di Rutte [1], possiamo definire USA-NATO-Israele vs Iran - la situazione regionale vedeva lo stato ebraico impegnato attivamente in operazioni militari su almeno tre fronti, Libano, Gaza e Cisgiordania, e per quanto riguarda queste ultime due praticamente in modo ininterrotto da due anni e mezzo [2]. Nonostante il forte logorio subito dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), denunciato proprio alla vigilia dal capo di Stato Maggiore Halevi, il governo Netanyahu ha pervicacemente insistito nel perseguire una politica estremamente aggressiva, praticamente a 360°, sostenendo fortemente l’idea messianica della Grande Israele. A proposito della quale è necessario fare un punto. Le mappe che talvolta vengono diffuse, soprattutto negli ambienti più ultra-sionisti, la rappresentano con dimensioni enormi, quasi dieci volte più grande dell’attuale Israele, estendendosi in Libano, in Siria, in Giordania, in Iraq, in Egitto ed in Arabia Saudita, e basterebbe questo per liquidarla come una colossale sciocchezza - peraltro, un regno ebraico di tali dimensioni semplicemente non è mai esistito nella storia. Ma il punto fondamentale da comprendere, al riguardo, è che questo mito messianico serve unicamente a mobilitare la società israeliana, ma fa in realtà da cortina fumogena per coprire altri obiettivi - assai più limitati, ma anche assai più pratici.
Intanto, è inutile sottolineare che la già scarsa popolazione ebraica si ritroverebbe infinitamente in minoranza, nell’improbabile caso che riuscisse a conquistare tutti quei territori; e se pure pensasse ad una nuova Nakba, questa non potrebbe mai essere totale. In ogni caso, e per la medesima ragione, ciò comporterebbe una straordinaria sovraestensione militare per controllare una superficie così vasta, del tutto al di là delle capacità militari israeliane. In effetti, però, l’obiettivo vero è quello di sopperire alla scarsa profondità strategica dello stato israeliano, che ha una superficie ridottissima [3], ritenuta del tutto insufficiente a garantire la sicurezza della popolazione (ed è proprio questa la ragione delle numerose guerre con il Libano).
Poiché, come si diceva precedentemente, lo stato ebraico non ha mai voluto integrarsi nella regione, e quindi non ha mai cercato veramente una condizione di pacificazione coi suoi vicini, tutti devono essere considerati come nemici e potenziali minacce. Ne consegue che, oltre alla deterrenza (peraltro sempre meno efficace), i governi di Tel Aviv cerchino costantemente di allargare i confini del paese, non tanto giuridicamente [4], quanto attraverso la creazione di aree cuscinetto, la cui profondità dipende da una serie di considerazioni di vario ordine (geografico, orografico, militare, politico, etc). Il paradosso è che questo è chiaramente un meccanismo paranoico, che si autoalimenta: per avere queste aree cuscinetto Israele occupa territori di altri paesi, questo produce un conflitto che si protrae nel tempo e che lambisce il territorio israeliano, spingendo a sua volta Tel Aviv a cercare di spostare più in là la minaccia, estendendo la zona occupata - e così via, in un loop senza via d’uscita.
Questa è esattamente la causa essenziale del nodo libanese
.Vista da Teheran, ovviamente è tutta un’altra storia. La Repubblica Islamica nasce da una rivoluzione autentica, che abbatte la dittatura dei Pahlevi - un fantoccio anglo-americano - ferocemente repressiva, e quasi subito si scontra con una potente aggressione: l’Iraq di Saddam, armato e sostenuto dall’occidente tutto, viene lanciato in una lunga e sanguinosa guerra, che rappresenterà per l’Iran un momento storico fondativo, e che forgerà la futura classe dirigente del paese. Nei suoi 47 anni di esistenza, la Repubblica rivoluzionaria è stata continuamente sotto attacco, con tutti i soliti strumenti della guerra ibrida usati dall’occidente, ed ha sempre avuto chiaro che USA ed Israele, prima o poi, avrebbero cercato di sopprimerla con la guerra. E si è quindi preparata a questa, almeno per due decenni.
Ma Teheran non si è semplicemente preparata per difendersi, si è preparata per vincerla, la guerra.
La vera triade strategica dell’Iran è stata infatti l’investimento nello sviluppo di droni e missili (gli Shahed iraniani, imitati in tutto il mondo, fornirono un aiuto fondamentale alla Russia, nella fase iniziale dell’Operazione Militare Speciale), lo sfruttamento intelligente dell’orografia (basi missilistiche e aeronautiche, industria bellica e laboratori nucleari, tutti stabiliti in profondità sotto le massicce montagne persiane), e la cosiddetta difesa a mosaico (un sistema decentralizzato, pensato per assicurare la continuazione della guerra anche in caso di distruzione dei comandi centrali). Mentre - come si è visto - la vera bomba è stata il controllo dello Stretto di Hormuz.
La leadership iraniana sa comunque perfettamente che la partita non è affatto chiusa, e che - seppure l’attuale processo negoziale dovesse giungere a compimento positivamente - le ragioni strategiche del conflitto rimangono tutte, anzi escono ulteriormente rafforzate dalla sconfitta subita dalle forze occidentali. Vista in questa prospettiva, quindi la guerra attuale, ed ancor più il negoziato in corso, sono considerati in funzione del prossimo round di combattimenti cinetici, e in ogni caso della guerra ibrida che ripartirà già il giorno dopo della firma di un eventuale accordo. In questo senso, non si tratta soltanto di difendere il risultato, e/o di massimizzarne le ricadute, ma la difesa dell’Asse della Resistenza è un fattore strategico, proprio in funzione del proseguimento della guerra - in altri tempi, o in altre forme. La difesa del Libano e di Hezbollah, quindi, è un punto fondamentale della linea negoziale iraniana, sul quale non può cedere. La questione libanese, oltretutto, è uno strumento per insinuare un cuneo nelle contraddizioni del rapporto USA-Israele, e per esacerbarne le contraddizioni. Al tempo stesso, però, Teheran ha tutto l’interesse a non far saltare il negoziato, perché conta di trarne dei vantaggi significativi - quantomeno sul piano degli asset finanziari scongelati e l’alleggerimento delle sanzioni. Anche per la leadership iraniana, quindi, il nodo libanese va maneggiato con cautela.
Stante il quadro complessivo della situazione, appare abbastanza evidente che la sua risoluzione non sarà impresa facile, e anche se il rapporto tra Washington e Tel Aviv è quello che ne risulta più stressato, la problematica riguarda in ultima analisi tutti.
Al cuore di tutto c’è, ovviamente, il ritiro dell’IDF dal territorio libanese. Sotto il profilo del diritto internazionale (ammesso che abbia ancora senso appellarvisi), ma anche in base agli accordi sottoscritti da Israele solo qualche mese fa, per non parlare del semplice buon senso, questo dovrebbe in effetti essere un non-problema. Se Israele si ritirasse toglierebbe ad Hezbollah qualunque giustificazione per attaccare lo stato ebraico, alleggerirebbe il carico operativo sulle sue forze armate e, per una volta tanto, manterrebbe fede agli impegni assunti. Ma, appunto, stiamo parlando di Israele, che è come dire lo scorpione dell’apologo della rana e il fiume. D’altro canto, non si può non vedere che accettare di ritirare l’IDF dal Libano, dopo quello che è costata quest’ultima invasione, e per di più subendolo come imposto dall’Iran, sarebbe politicamente così esplosivo da renderlo ingestibile, soprattutto per Netanyahu - che ha nel suo governo personaggi che farebbero le barricate pur di non accettarlo. Tel Aviv potrebbe accedere ad un ennesimo cessate il fuoco, considerando che come ha sempre fatto lo straccerà appena lo riterrà opportuno, ma un ritiro completo è decisamente troppo. Potrebbe forse accettare di arretrare la linea di contatto, magari cedendo le posizioni più difficilmente difendibili, ma nulla di più.
Dal canto suo, Trump ha assolutamente bisogno di concludere questo accordo, perché un’eventuale richiusura di Hormuz avrebbe conseguenze disastrose. Quindi deve esercitare la massima pressione possibile su Israele - cosa che potrebbe avere anche qualche risvolto elettorale positivo - ma al tempo stesso non può permettersi di tirare troppo la corda, per le possibili reazioni delle lobbies sioniste statunitensi. Deve quindi agire su Tel Aviv, cercando di eroderne progressivamente la resistenza, e su Teheran, per ottenerne un po’ di flessibilità. Trump, inoltre, cerca di giocarsi anche la carta delle trattative diretta tra governo libanese e Israele, in corso a Washington, pur consapevole della assoluta irrilevanza sostanziale del primo.
Con ogni probabilità, quindi, la sola soluzione possibile sarebbe offrire ad Israele qualcosa che gli consenta di accettare il ritiro senza grandi problemi interni; e questo qualcosa potrebbe essere una garanzia di sicurezza al confine libanese, assicurata dalla presenza di un contingente militare neutrale. Che per ovvie ragioni non può essere l’esercito libanese, ma nemmeno una riedizione dell’UNIFIL. La formazione di un simile contingente, però, sarebbe tutt’altro che facile, poiché dovrebbe risultare accettabile per tutte le parti - e già questo non è per niente facile - e ovviamente sarebbe necessario trovare un paese disposto a fornirlo - e anche questo non è roba da poco. Purtroppo, l’esperienza del (finto) cessate il fuoco a Gaza, che avrebbe appunto dovuto poi prevedere lo schieramento di una forza di interposizione, ci dice che è qualcosa assai difficile da realizzare. Tanto più che poi tutte le parti, nessuna esclusa, sanno che si tratta di una tregua, e che prima o poi il conflitto tornerà ad esplodere in forme cinetiche.
Insomma, trovare la quadra non è per nulla un gioco da ragazzi, ed anche una soluzione di compromesso, adottabile da tutti, è complicata da identificare. Se qualcuno saprà tirare fuori quest’asso dalla manica, si aggiudicherà un successo diplomatico di prim’ordine.
Note
1 - Cfr. “NATO Secretary Mark Rutte praises Trump’s Iran strategy, addresses president’s frustration with allies”, Nora Moriarty, Fox News
2 - Sia per quanto riguarda la Cisgiordania, che la Striscia di Gaza - almeno a partire dall’ottobre 2025, data del presunto cessate il fuoco, definito dall’ONU una “illusione mortale” - possiamo effettivamente parlare di violenta pulizia etnica, più che di operazioni di combattimento.
3 - Israele misura, da nord (Metula) a sud (Eilat) circa 470 km, mentre lungo l’asse est-ovest va da un massimo di 135 km (nel deserto del Negev) ad un minimo di 15 km.
4 - Lo Stato di Israele rappresenta un caso quasi unico al mondo: non ha una carta costituzionale in cui siano esplicitamente decretati i confini geografici ufficiali e definitivi del Paese, né esiste una legge nazionale che tracci i confini complessivi dello Stato. Questa peculiarità non è una svista, ma il risultato di una precisa scelta politica e storica che risale alla sua fondazione.






