GIRO DI BOA
di Enrico Tomaselli
Per un cumulo di ragioni, ampiamente discusse e condivise da svariati analisti, molti dei quali statunitensi, le possibilità che il conflitto si concluda con una vittoria israelo-americana sono a dir poco assai remote. L’ipotesi più probabile, quindi, è che prima o poi gli Stati Uniti decidano di sganciarsi anche da questo conflitto, ricercando una soluzione che in qualche modo offra un appiglio alla narrazione della vittoria, anche se in realtà non sarà affatto così. La posizione assunta dagli USA sulla scena internazionale è ormai del tutto indifferente a quel che pensano gli stati vassalli e quelli nemici, tanto meno quelli non allineati. Ne è un segnale inequivocabile la sostituzione della diplomazia con l’esercizio dell’inganno e della manipolazione, non a caso appaltata ad una coppia di affaristi, senza alcuna competenza né conoscenza.
La vittoria è perciò sostanzialmente la narrazione che andrà venduta al popolo americano per evitare crisi di rigetto, almeno fintanto che alcune forme di democrazia verranno mantenute.
La questione, quindi, non è più come finirà la guerra – chi la vince e chi la perde – quanto piuttosto quando, e quali saranno le condizioni implicite ed esplicite che accompagneranno la fine.
Ovviamente, se l’ipotesi su accennata è valida, ciò significa che – in effetti – non si tratterà di una fine, ma di una sospensione. Se gli americani si chiamano fuori, indipendentemente da ciò a cui si appelleranno per farlo, ne consegue che non ci sarà alcun negoziato, né quindi alcun accordo. Ciò lascerà mano libera a Washington di riprendere il conflitto, se e quando lo riterrà opportuno. E ovviamente ciò vale tanto più per Israele. Dal punto di vista iraniano, la mancanza di un impegno formale a non riprendere l’aggressione – peraltro estremamente labile, stante appunto il posizionamento internazionale statunitense – non può che tradursi nella determinazione a stabilire condizioni materiali affinché ciò non possa accadere.
Gli Stati Uniti non pagheranno danni di guerra, né sottoscriveranno impegni di alcun genere. Di conseguenza, la sola garanzia fattuale che Teheran può ricavare è l’inagibilità permanente delle basi statunitensi nella regione – cosa peraltro già largamente determinatasi.
Data la condizione in cui dette basi sono state ridotte dagli attacchi missilistici, e che presumibilmente si farà ancora più significativa man mano che il conflitto prosegue, ci si deve chiedere piuttosto come gli USA dovranno gestire la questione, al momento dello sganciamento.
Per poter gestire la narrativa della vittoria, è chiaro che devono contestualmente cessare gli attacchi contro le forze USA, e c’è un solo modo per farlo: ritirarle. Attualmente il grosso dei militari statunitensi si trovano fuori dalla regione del Golfo, per lo più in Giordania e nel Kurdistan iracheno. Quelli che ancora sono nel Golfo, si trovano prevalentemente in alberghi e strutture private, mentre nelle basi è rimasta solo una piccola parte di personale essenziale. Quindi la cosa più semplice per Washington sarebbe quella di ridislocare le forze fuori dalle basi, concentrandole appunto in Giordania e (forse) in Israele, lasciando alcuni ristretti presidi nei paesi del Golfo ma all’interno di strutture non militari. Ovviamente, molto dipende dalle condizioni in cui si determina la fine della guerra cinetica, poiché queste si rifletteranno immediatamente sia sui rapporti tra Iran e monarchie arabe del Golfo, sia tra queste e gli Stati Uniti. Chiaramente Teheran eserciterà una forte pressione affinché le forze USA siano espulse dai paesi arabi, ma ad essere determinante sarà la posizione di questi ultimi dopo lo sganciamento statunitense – che equivale a lasciarli ulteriormente scoperti rispetto all’Iran.
Ma non va sottovalutato, in termini più complessivi, come un esito di tal genere si andrà a riflettere sui rapporti tra Washington e Tel Aviv.
A quel punto, infatti, sarà del tutto evidente ciò che già adesso dicono molti commentatori, ovvero che a spingere gli Stati Uniti in questo conflitto – o quantomeno, a spingerceli adesso, e con quegli obiettivi – siano state le false informazioni ricevute da Israele. Che quindi emergerebbe come una rilevante concausa del disastro strategico. In un contesto in cui l’America è costretta a contrarre la propria presenza militare nella regione, ed a registrare la sostanziale inefficacia del suo modello di proiezione di potenza basato sulle portaerei, le responsabilità israeliane in questa débâcle dovranno essere opportunamente valutate.
Per converso, un sostanziale ritiro statunitense dal Medio Oriente, che non solo lascia lo stato ebraico col cerino della guerra in mano, ma che rappresenta un significativo venir meno della protezione assicurata da quelle forze, avrà a sua volta un impatto su Israele, e quindi imporrà una riflessione sulle relazioni col principale sponsor e garante della sua sopravvivenza. Evidentemente, in un quadro di tale natura, il progetto della Nuova Sparta immaginata da Netanyahu sarebbe del tutto impraticabile; la completa autonomia difensiva – già di per sé sostanzialmente utopica – sarebbe definitivamente archiviata come impraticabile, e la maggior preoccupazione di Tel Aviv diventerebbe improvvisamente come assicurarsi la sopravvivenza in un contesto regionale subitaneamente mutato, ed in cui i rapporti di forza risultano completamente ribaltati.
Per non parlare di ciò che potrebbe accadere all’interno dello stato israeliano, che dopo il clamoroso fallimento del 7 ottobre, sul quale la società ancora aspetta risposte ed assunzioni di responsabilità, si troverebbe di fronte ad un nuovo, clamoroso errore che mette in discussione la sicurezza di Israele.
L’affermazione di Trump, secondo cui il conflitto finirà entro due-quattro settimane, va comunque letta alla luce di un complesso di fattori, dalla crisi globale che si profila – come conseguenza di questa folle mossa fatta in combutta con Tel Aviv – alla crescente scarsità di munizionamento, dai contraccolpi interni in vista delle elezioni di midterm alla concreta possibilità della chiusura di Bab el-Mandeeb – a seguito dell’entrata in guerra anche degli yemeniti di Ansarullah, e non da ultimo all’avvicinarsi della scadenza imposta dalla War Powers Resolution; entro 60 giorni dall’inizio delle operazioni, quindi fine aprile, sarà necessaria l’autorizzazione del Congresso (che dovrebbe dichiarare guerra all’Iran), altrimenti restano altri 30 giorni per ritirare le forze impegnate nei combattimenti. Come ho detto già in un’altra occasione, anche quella potrebbe essere una exit strategy, scaricando la colpa sui congressisti, ma sarebbe in ogni caso un po’ umiliante, quindi farà di tutto per trovare un altro modo che gli consenta di uscirsene senza pagare dazio.
L’esito di questa guerra determinerà comunque non soltanto un riassetto dei rapporti di forza in tutto il Medio Oriente, ma anche all’interno del sistema di potere statunitense. L’attuale spaccatura all’interno del mondo MAGA, che è uno dei fattori che minacciano la tenuta elettorale e di consenso dell’amministrazione Trump, potrebbe sia ricomporsi (alla luce dello sganciamento di fatto anche da Israele) che acuirsi, portando ad una resa dei conti interna.
Comunque la si guardi, questa guerra è un giro di boa.




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